Ho in mente almeno un paio di persone a cui poterlo regalare, magari appuntamenti e “to do” diventano più facili da ricordare… Via gadgetblog, scopro l’esistenza di questo particolarissimo elemento di arredo, dallo stile minimalgiapponese, un tavolo quadrato di 31 centimetri di base su cui è poggiato un enorme blocco appunti post-it da 300 fogli. In vendita online su Arash & Kelly, prezzo intorno ai 150 euro. Potrebbe essere un’idea regalo anche per i nostri prossimi candidati alle Comunali, in questo caso i post-it, cosi esageratamente visibili, dovremmo compilarli già TUTTI: “non scendere in auto nei Sassi!”, “appalta i lavori (almeno i marciapiedi!) all’ingresso in città di Via La Martella!”, “meno Smart dei vigili urbani e più vigili in giro!”, “piantala di votare in consiglio comunale per la costruzione di altri appartamenti visto che Matera ha 60000 abitanti e appartamenti per 90000!”… Su, aiutatemi ad appuntarne altri…

Uno dei modi che ho per dirmi che è passato un altro anno, è l’arrivo dei grillai in città. Un po’ arcaico come sistema ma abbastanza preciso. Magari quest’anno si prenderanno un bel raffreddore, visto il tempo. E MAGARI quest’anno non faranno il solito nido sotto le tegole, giusto sopra la mia stanza, per svegliarmi alle 5 di mattina. Però mi preoccuperei se una volta non dovessi vederli tornare… Eccone uno, fotografato ieri in avanscoperta. Comunque, bentornati!
Il 22 marzo è la Giornata Mondiale dell’Acqua, proclamata nel 1993 dall’Assemblea delle Nazioni Unite: perchè a quanto pare non è ancora chiaro che l’acqua è un diritto fondamentale, e il suo utilizzo va garantito a tutti. Ricordo una sequenza nel film “Vai e vivrai” in cui un profugo etiope, alla sua prima (in senso letterale) doccia, all’arrivo in Israele, cerca in tutti i modi di raccogliere l’acqua per evitare che vada a finire nello scarico, abituato com’è a non lasciarne perdere neanche una goccia… Oggi sono troppe le zone del mondo in cui si combatte a vario titolo per l’acqua, da interventi militari veri e propri a tentativi di privatizzazione intensivi al punto da costringere intere popolazioni a abbandonare la propria terra. E la situazione rischia di diventare critica anche dalle nostre parti, viste le previsioni, neanche a lunghissimo termine, di desertificazione delle coste. Secondo le agenzie delle Nazioni Unite, entro il 2025 1,8 miliardi di persone vivranno in condizioni di assoluta scarsità d’acqua e due terzi della popolazione mondiale potrebbero essere in condizioni critiche. Tralasciando per questa volta il discorso privatizzazioni e utilizzo spropositato e ingiustificato di acque minerali in bottiglia (ne riparleremo, sì che ne riparleremo!), voglio puntare l’attenzione sul Mese dell’Acqua, fino al 22 aprile, e sulla campagna “Spreco meno Subito!” sul sito dell’AMREF: un appello a ridurre gli sprechi in Italia e una raccolta fondi per portare acqua potabile e igiene nelle scuole del Nord Uganda. A supporto dell’iniziativa, una serie di vignette (linkate da Repubblica) realizzate da disegnatori italiani, da Staino a Bucchi a Disegni, e africani.

È attivo da qualche tempo un nuovo servizio di condivisione online di immagini digitali, Pikeo, ancora in fase Beta (e si sente, in fase di upload delle immagini) ma assolutamente promettente dal punto di vista della qualità e dei servizi aggiuntivi. Intanto, il suppporto tecnologico è Orange, una garanzia; l’interfaccia è nello stesso tempo amichevole e molto hi-tech (adoro grigio e arancio insieme!). La “chicca” di Pikeo è che ad ogni immagine condivisa possiamo assegnare su una mappa virtuale il luogo dove è stata scattata, anche se qualcosa del genere la troviamo su altri siti di condivisione immagini. Lo spazio web a disposizione è di 1 Gb, ma dovrebbe aumentare con la versione definitiva. L’unico “difetto” è l’eccessiva pesantezza (per le italiche reti telefoniche) dell’interfaccia, interamente realizzata in Flash (cosi mi sembra, il Bradipo non è ancora così bravo…).

È da stamattina che smarrono i colleghi in studio. Volume a palla: i Deep Purple! Il Bradipo ieri sera è stato al loro concerto ad Andria. Pazzesco: la voce di Ian Gillan è la stessa che si ascolta nei primi dischi, e l’energia che sprigiona sul palco, a 62 anni, è maledettamente contagiosa! Highway Star, Smoke on the water, Space Truckin’… che brivido!!!
Da qualche tempo girano in tv due spot, per molti versi simili tra loro; per giunta, l’oggetto in questione è quasi lo stesso. Due automobili, due fuoristrada ooooopps due SUV, questo da quando sono stati sdoganati per farci anche la spesa sotto casa. Uno è il nuovissimo Nissan Qashqai, che già mi si attorciglia la lingua a dirlo e foneticamente ricorda all’autista che potrebbe farsi male… L’altro è il Chrisler Jeep Compass.
Nello spot Nissan, un ”gigante” apparentemente in giacca e cravatta utilizza l’auto come uno skateboard saltando saltando oltre lavori in corso, sgommando sui muri, volando da un tetto all’altro (!) fino a parcheggiare come se fosse la cosa più semplice del mondo… E, leggendo sul sito Nissan, qualcuno mi spiega cosa vuol dire ”grazie all’eccezionale capacità di superamento ostacoli”??? Certo, a vedere lo spot…
Nello spot Jeep, invece, un robot si ricompone al passaggio dell’auto in questione con vari pezzi raccolti, appunto, per strada, bidoni, tombini, fino a saltare sul tetto dell’auto e ad utilizzarla anche lui, guarda un po’, come skate saltando ponti e viadotti. Anche il sito web della Jeep come quello Nissan parla della strada come un’immenso campo di gioco…
Se i due spot, grandiosi dal punto di vista tecnico, possono avere poca influenza sul pubblico USA, abituato alle 80 miglia orarie e utilizzando effettivamente ‘sti trattori solo per lunghi spostamenti, mi chiedo che influenza possano avere sul pubblico italiano, vista la supponenza con cui di solito già ti guardano dall’alto in basso i SUVdipendenti quando sei fermo al semaforo. E non è invidia la mia, la mia Micromachine basta e avanza, soprattutto per girare in città… cioè quello che fa nel 90% del suo tempo al volante il SUVdipendente.
Oddio, ultimamente butterei volentieri via qualcuno di mia conoscenza… Comunque, a casa faccio (e ho sempre fatto) storie in occasione di traslochi e pulizie generali. Quando cioè qualcuno si avvicina lentamente, appena mi distraggo un po’ e PAFF mi fa sparire qualcosa che sono costretto a ripescare dalle buste pronte per l’inceneritore. Mi spiego. Non me la sento di buttare una radiosveglia vintage del ’63, perchè il pulsante del volume non funziona bene. Non ci posso far niente se di fianco il mio iMac continuo a tenere un Mac Se 30 dell’89, e (coperta da una pila di riviste) una Lettera 22 che usava mio nonno nel suo negozio… L’ultima è stata: puoi buttare tutti ‘sti giornali??? riferito alla collezione del Giornalino dal 76 all’80 e alla serie completa di Nathan Never (tutti originali, eh) perché tanto ormai li hai letti… Che cavolo, c’ho una certa età, sentirmi dire queste cose…
La prima cosa che ricordo ”mi hanno tolto” era un’enorme bauletto di latta stracolmo di mattoncini colorati, boh, ero appena uscito dall’asilo e si decise di farne una donazione alla scuola stessa. Perchè non c’era spazio per tenerlo. Poi i miei buttarono via il microscopio con cui andavo analizzando ogni insetto o foglia o tessuto che mi passava sotto il naso, e poi Il Piccolo Chimico, ma lì un po me l’ero tirata la cosa perchè me ne andavo nel mio ufficio in terrazza e incendiavo tutto… e poi il Mangiadischi (oh, c’erano ancora negli anni 80…)… Di fatto, mi è rimasta addosso ‘sta cosa che non butto mai niente. E nello stesso tempo, mi diverte troppo cercare sul web sensazioni e immagini di cose buttate via anni fa.
”Siamo reduci degli anni Settanta”: così recita la testata di Pagine 70, un’immenso portale in cui il curatore, Giuseppe Grimani, ha letteralmente raccolto quegli anni, suddividendo il materiale in categorie, dalla musica (grande!) alle automobili, dai giocattoli alle merendine e ai programmi tv (mo piango, Spazio 1999, Supergulp lo ricordo appena, Goldrake…), non tralasciando un corposo inquadramento storico.
Ora, io a inizio anni 80 ero ancora piccino (!)… ma vuoi mettere rivedere la pubblicità degli Occhiali a raggi X, leggere un lungo articolo sull’indimenticato Super Tele… e le palline clic clac, se le ricorda qualcuno? E rivedere la locandina dei gelati Eldorado con Cucciolone e Camillino? E Big Jim? È veramente pazzesco il lavoro fatto su questo sito e merita una visita anche se non si è reduci! Però, gli anni che ho vissuto in pieno, magari ricordando l’odio di noi maschietti verso Duran Duran e Spandau Ballet (mentre fortunatamente io ascoltavo i primi album degli U2), sono gli Eighties, i favolosi o orribili anni 80. E qui la scelta è più varia, ho trovato più siti sull’argomento. Anni 80, dalla grafica piacevole ma non rigoroso nei contenuti come Pagine 70; 80 Mania, piuttosto spartano ma con una sezione quiz; 80s, non più aggiornato da un po’; Dimenticatoio, strutturato come Wikipedia, e quindi ognuno può inviare il suo contributo ”storico”: dalle sorprese delle merendine del Mulino Bianco al Moncler, dalle spalline imbottite ai Puffi; troviamo una sezione Meteore con tanto di Pepsi&Shirlie. E ancora tv (Charlie’s Angels! ghghghg), moda, cinema, videogiochi (le ore passate in sala giochi da ”Zio”…), gadgets: per me era una parola magica all’epoca, trasferelli… ne facevo uso industriale e a casa li ritrovavano dappertutto, dal bagno alla cucina… Curiosa poi la categoria Cibo: le Big Babol, le Frizzy Pazzy con tanto di video…
Lunga vita al Cubo di Rubik, ad Arnold e Actarus…

”Alcuni uomini vedono le cose per quello che sono state e ne spiegano il perchè. Io sogno cose che ancora devono venire e dico, perchè no?”
Il penultimo film che ho visto a cinema, in compagnia di Lilian, l’ultimo che ho visto in un cinema decente (a Santeramo, mica a Broadway), è stato ”Bobby”, di Emilio Estevez, dedicato alla figura di Robert Francis Kennedy, Bobby appunto, fratello di John Fitzgerald. Ma il film non si sviluppa come un ”biopic”, una semplice biografia, anzi la storia è raccontata attraverso le vite e le relazioni di molte fra le persone presenti nelle ore che precedettero l’assassinio di ”Bobby” all’Hotel Ambassador di Los Angeles, la notte del 4 giugno 1968. Uno spaccato dell’America che stava cambiando, che stava (ri)perdendo l’innocenza, fra Vietnam, corsa allo spazio, l’assassinio di Martin Luther King: troviamo infatti due giovanissimi collaboratori dello staff del senatore Kennedy mentre provano l’LSD, ma anche la giovane donna che si sposa solo per impedire che un ragazzo parta per il Vietnam, la cantante in perenne crisi alcoolica e suo marito nonché manager (lo stesso Estevez), il direttore dell’hotel che tradisce la moglie parrucchiera nello stesso albergo… Robert Kennedy ha appena vinto le primarie per la corsa alle presidenziali in California, e l’attesa, al voglia di cambiamento attorno a lui sono palpabili, al pari della voglia di cancellare le ingiustizie sociali e le differenze che ricchezze (o povertà) e colore della pelle tante tensioni provocano ancora oggi. Un sogno collettivo infranto quella notte dal gesto di Shiran B. Shiran, il cui vero ruolo (a parte il fatto di esser stato l’esecutore – il solo? – materiale) mai è stato definito; anche in questo caso infatti le teorie complottistiche non si sprecano, anche sulla base dei dati ancora oggi in discussione (vedi Luogocomune.net). Di fatto, in soli quattro anni e mezzo, l’America perse i due fratelli Kennedy e Martin Luther King: bastano questi nomi nomi per comunque farsi venire qualche dubbio sulle modalità della loro morte. Tutti fermati prima di poter mettere in pratica i loro sogni. Robert Kennedy aveva già avuto un ruolo chiave come consigliere del fratello JKF durante la crisi di Cuba del 1961, molto probabilmente fu lui il vero artefice della ”calma” con la quale il fratello affrontò la crisi sotto la pressione dei militari. Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen anche lui presente nel cast, dirige il film con mano sicura (forse esagera un po’ nell’episodio ”sotto acidi”…) , il cast è quello delle grandi occasioni e la struttura ”altmaniana” lo valorizza ancora di più: Anthony Hopkins, una superlativa Sharon Stone (è invecchiata o è tutto trucco?? oddio!), Laurence Fishburne, Elijah Wood, Demi Moore, William H. Macy, Helen Hunt, addirittura Harry Belafonte… tutti sotto contratto a paga sindacale per un omaggio dovuto alla storia americana. Le parti recitate sono montate fra spezzoni d’epoca di discorsi di Robert Kennedy, infatti non c’è un attore che lo impersona nel film; e la sequenza finale dell’omicidio forse vale tutto il film per la tensione emotiva che riesce a creare. “Hanno creato un deserto e lo chiamano pace”, diceva Bobby riferendosi al Vietnam, e magari sarà anche retorico il film ma si presta maledettamente bene anche ai giorni nostri, presentando l’America nei suoi difetti espliciti e nelle potenzialità represse, allora come oggi. Non sarà perfetto questo film, ma fa pensare… ed è già molto.